Articolo apparso per la prima volta sul Law Enforcement Bullettin dell’FBI nel marzo 1991.

Di James R. Ryals, Comandante Long Beach Police Department, California

Quella del colloquio è una forma di comunicazione usata molto frequentemente dalle forze dell’ordine. Sia per la selezione degli aspiranti agenti, sia per ottenere informazioni da un testimone di un crimine oppure una confessione, un colloquio condotto nella maniera giusta può avere un ruolo significativo a livello organizzativo. Al contrario, se condotto in modo sbagliato, il colloquio può essere reso inutilizzabile o può risultare in una serie di conseguenze negative per tutte le persone coinvolte.

Ci sono alcune linee guida da seguire quando si mette in atto un colloquio. Se si attiene alle seguenti regole di base, colui che effettua il colloquio può ridurre al minimo molti dei problemi che possono sorgere quando invece le domande vengono improvvisate.

*Stabilire un piano di azione. Colui che conduce il colloquio dovrebbe controllare i dati attinenti all’argomento e formulare delle domande che permettano di ottenere l’informazione richiesta. Per esempio, nel caso di colloqui di assunzione, dovrebbero essere fatte delle domande che permettano di valutare accuratamente il potenziale agente. D’altro canto, le domande poste ai testimoni di un crimine dovrebbero essere formulate in modo da ottenere fatti che completino un rapporto dettagliato. Nella maggior parte dei casi l’inquirente dovrebbe predisporre settori di indagine in modo tale da far sì che il colloquio proceda in modo fluido. Le domande preparate in precedenza tendono a “guidare” il colloquio in una particolare direzione, cosa che limita il tipo e la quantità di informazioni raccolte.

*Condurre il colloquio privatamente. Anche se questa regola di base a volte è difficile da osservare, a seconda delle circostanze, è necessario impegnarsi per minimizzare le distrazioni durante il colloquio.

*Mettere l’interpellato a suo agio. Emozioni e stress giocano un ruolo importante in ogni tipo di colloquio, e l’inquirente potrebbe avere delle difficoltà a valutare una persona nervosa. Iniziare la conversazione in modo informale e senza toni minacciosi può avere un effetto calmante. Scoraggiando gli atteggiamenti negativi per rinforzare i sentimenti positivi l’inquirente può gestire meglio le emozioni dell’interrogato.

*Lasciare che sia la persona interrogata a condurre la conversazione. Uno dei maggiori errori che può fare l’inquirente è parlare troppo. Un’accurata valutazione dei candidati o la raccolta di informazioni fondamentali riguardanti un crimine dipendono molto dal lasciar parlare l’intervistato sotto determinate condizioni. L’inquirente dovrebbe controllare il colloquio, non dominarlo.

*Sono necessarie perfette tecniche di intervista. Sapere come si fanno le domande è altrettanto importante di quali domande fare. Inoltre è fondamentale fare domande facili da capire. Questo permette alla persona che deve rispondere di concentrarsi sulla risposta, non sul tentare di decifrare cosa sia stato chiesto.

*Selezionare le domande con cura. L’uso delle formule “senza via di uscita” (cioè che implicano come risposta solo sì o no) deve essere solo occasionale, perchè la conseguenza sarà una risposta breve e di solito solo una conferma di dati di fatto. Invece le domande “con uno sbocco” costringono l’interrogato a parlare e ad aggiungere particolari. Per esempio, quando chi deve rispondere è stato testimone di un crimine, l’inquirente dovrebbe chiedergli di spiegare con parole proprie quello che ha visto. Questo permette a chi fa le domande di valutare meglio l’attendibilità dell’informazione ottenuta. L’interlocutore dovrebbe inoltre evitare di formulare domande ipotetiche a potenziali nuovi agenti. Questo tipo di domanda tende a stimare l’abilità del candidato a indovinare che cosa l’inquirente vuole sentire. Chi meglio indovina ottiene il lavoro. Invece le domande da porre agli esaminandi dovrebbero concentrarsi su cosa la persona ha già fatto che sia attinente al lavoro per cui sostiene l’esame. Bisognerebbe sempre evitare domande che contengono già la risposta e domande che inducano l’interrogato a scegliere il male minore.

*È necessario essere un buon ascoltatore: chi lo è, è anche un buon intervistatore. E’ necessario autodisciplinarsi per concentrarsi su cosa viene detto e come. Non bisogna pensare alle domande successive o iniziare ad analizzare una risposta prima che la persona abbia finito di parlare. Non bisogna nemmeno anticipare la possibile risposta.

*Non contestare le risposte date. Gli inquirenti dovrebbero tenere private le proprie reazioni emotive e non dovrebbero permettere che i sentimenti personali interferiscano col colloquio. Il momento di considerare i problemi è dopo il colloquio.

*Mantenere il controllo. Durante un colloquio, alcune persone tendono ad allontanarsi dalle domande fatte. Un’adeguata preparazione è la chiave per mantenere il controllo del colloquio e assicurarsi che non esca dal tracciato.

*Prendere nota. Le annotazioni permettono all’inquirente di ricordarsi importanti dettagli scaturiti dal colloquio. Ad ogni modo sarebbe preferibile, anche mentre si scrive, non perdere il contatto visivo con la persona interrogata. Le annotazioni vanno prese rapidamente, altrimenti si rischia di far rallentare le risposte per dare tempo all’inquirente di scrivere.

*Concludere il colloquio in modo appropriato. È responsabilità dell’inquirente segnalare la fine del colloquio. Questo si può fare semplicemente chiudendo il blocco degli appunti, alzandosi oppure annunciando che il colloquio è finito.

*Scrivere un riassunto subito dopo il colloquio. Aiuta molto l’inquirente a richiamare importanti informazioni nel caso sopravvenissero altre domande successivamente.

*Imparare dall’esperienza. La critica aiuta a trovare i punti che necessitano di miglioramento e a sviluppare le tecniche di interrogatorio.

Queste regole di base sono semplicemente delle linee guida da seguire quando si mette in atto un colloquio. Non risolvono i problemi che possono sorgere durante un colloquio, ma possono aiutare a sviluppare le qualità che sono necessarie per ottenere il massimo da un colloquio.

Molti casi criminali, anche se l’inchiesta è stata seguita dagli investigatori migliori e più preparati, alla fine vengono risolti grazie all’ammissione o alla confessione da parte della persona responsabile di aver commesso il crimine. Spesso gli investigatori sono in grado di raccogliere solo una piccola quantità di prove, sia fisiche che circostanziali, che indichino direttamente un sospettato, e in molti casi le prove non sono considerate sufficienti dal pubblico ministero per ottenere la condanna. In questi casi, l’interrogatorio dei sospettati e la loro confessione sono di fondamentale importanza. Questo articolo tratta del perchè alcuni sospettati parlino liberamente con gli investigatori, e alla fine firmino una piena confessione. Vengono considerati anche gli aspetti fisici e psicologici della confessione e di come essa si relazioni a un riuscito interrogatorio del sospettato, così come la “svolta”: il punto dell’interrogatorio in cui il sospettato fa un’ammissione, non importa quanto piccola, che inizia il processo alla fine del quale si ottiene una piena confessione.

Definizione di interrogatorio.

L’interrogatorio è il fare domande a una persona sospettata di aver commesso un crimine (1). È strutturato in modo da far coincidere le informazioni già in possesso degli inquirenti con le informazioni ottenute da un particolare sospettato in modo da assicurarsi una confessione (2). Gli obiettivi dell’interrogatorio includono:

*venire a conoscenza della verità riguardo a un crimine e di come si sono svolti i fatti *ottenere un’ammissione di colpevolezza da parte del sospettato

*ottenere tutti i fatti per determinare il metodo operativo e le circostanze del crimine in questione

*raccogliere informazioni che rendano possibile agli investigatori di arrivare a conclusioni logiche

*fornire informazioni al pubblico ministero per un eventuale processo (3)

Una volta che si conoscono la definizione e gli obiettivi di un interrogatorio, la domanda è :”perchè il sospettato confessa?”. L’autocondanna e l’autodistruzione non sono caratteristiche normali del comportamento umano. Gli esseri umani di solito non rilasciano confessioni spontanee, non sollecitate (4). È conclusione logica, quindi, che quando i sospettati sono portati ai posti di polizia perchè siano rivolte loro delle domande riguardanti il loro coinvolgimento in un particolare crimine, la loro reazione immediata sia un rifiuto di rispondere a qualsiasi domanda. Col bombardamento dei programmi televisivi che danno una chiara rappresentazione del “Miranda warning” (la lettura dei diritti: “hai il diritto di rimanere in silenzio, tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te” ecc., ndt) e della sua applicazione ai sospettati, si potrebbe pensare che nessuna persona interrogata riguardo a un crimine concederebbe informazioni incriminanti, e tanto meno rilascerebbe agli investigatori una piena confessione firmata. Potrebbe anche sembrare che una volta che i sospettati capiscano la direzione verso cui gli investigatori stanno portando la conversazione, questa finirebbe immediatamente. Invece, per varie motivazioni psicologiche, i sospettati continuano a parlare con gli investigatori.

La paranoia del sospettato.

I sospettati non sono mai del tutto sicuri di quali informazioni gli inquirenti siano effettivamente in possesso. Sanno che la polizia sta investigando sul crimine, ed è del tutto probabile che abbiano seguito gli sviluppi sui mezzi di comunicazione per determinare quali indizi abbiano gli investigatori. Ma in posizione predominante nella loro mente, comunque, c’è il pensiero di come evitare l’arresto e di ottenere informazioni “fresche” riguardo all’investigazione e della sua direzione.

Questa forma di “paranoia” motiva il sospettato a seguire volontariamente la polizia per rispondere alle domande. Associata alla curiosità, a volte questa paranoia spinge i sospettati a presentarsi ai posti di polizia nella veste di “cittadini preoccupati” che hanno informazioni pertinenti al caso. Così facendo, i sospettati possono tentare di fornire false informazioni in modo da depistare gli investigatori, ottenerne di vere e distogliere da loro il sospetto, in quanto sperano che offrendo dati riguardo al caso gli inquirenti non sospettino un loro coinvolgimento.

Per esempio, in un caso, una donna di 22 anni fu trovata morta sulle scale fuori da un edificio pubblico. Era stata violentata e percossa, e il cadavere era svestito. Gli investigatori interrogarono molte persone nei giorni successivi ma non furono in grado di identificare alcun sospettato. I mass media parlarono molto di questo caso. Parecchi giorni dopo, un uomo di 23 anni si presentò al posto di polizia con due bambini piccoli al seguito, sostenendo di pensare di avere alcune informazioni riguardanti la morte della donna. L’uomo disse che una sera, era tardi, era passato a piedi vicino al luogo del delitto e aveva visto uno “strano individuo” aggirarsi nei dintorni di una cabina telefonica nei paraggi. Sostenne che, spaventato da quel tipo, era scappato e corso a casa. Poi aveva letto sul giornale della morte della donna e aveva pensato di riferire alla polizia quello che aveva visto. Il ragazzo fornì una descrizione fisica dello sconosciuto e aiutò il disegnatore a ritrarlo. Quando se ne fu andato, gli investigatori si accorsero che l’uomo nel disegno presentava una forte somiglianza col “testimone” che aveva fornito le informazioni. Dopo ulteriori indagini, al testimone fu chiesto di tornare al posto di polizia per rispondere a ulteriori domande, cosa che fece con piacere. Dopo 15 ore di interrogatorio, confessò che una delle sue “personalità multiple” aveva ucciso la donna, che lui non conosceva, solo perchè era una femmina, cosa che il sospettato aveva sempre voluto essere.

Questo caso mostra chiaramente la necessità che alcuni sospetti hanno di conoscere con esattezza come si sta evolvendo l’indagine. Nella loro mente, pensano davvero che nascondendosi dietro la maschera di “quello che cerca di aiutare” riusciranno, senza farsi incriminare, a saperne di più sul caso.

Disporre l’interrogatorio.

In ogni discussione che concerne un interrogatorio, è necessario includere un esame della zona in cui il sospettato deve essere interrogato. Poiché c’è un desiderio generale di mantenere l’integrità personale davanti alla famiglia e alle persone di pari rango, i sospettati dovrebbero essere portati via dalle zone familiari e sistemati in un luogo che abbia un’atmosfera più conciliante verso la cooperazione e la sincerità (5). Il fattore psicologico primario che contribuisce al buon esito degli interrogatori è la privacy: essere completamente da soli con i sospettati (6). Questa privacy è uno dei fattori che spinge i sospettati a desiderare la liberazione dal fardello della colpa (7). La zona dell’interrogatorio dovrebbe isolare il sospettato in modo tale che solo l’inquirente sia presente. I pensieri e le risposte dell’interrogato dovrebbero essere libere da distrazioni e stimoli esterni di ogni genere.

La disposizione dell’interrogatorio inoltre gioca un importante ruolo nell’ottenere le confessioni. Il luogo circostante dovrebbe ridurre la paura del sospettato e contribuire all’inclinazione a discutere del crimine. Poiché la paura è un rinforzo diretto ai meccanismi di difesa (resistenza), è importante eliminare quanti più timori possibile (8). Perciò la stanza dell’interrogatorio dovrebbe ricreare un’atmosfera lavorativa, invece che quella di un posto di polizia. Le stanze degli interrogatori che sono grigie e squallide aumentano la paura dei sospettati, mentre un luogo che abbia caratteristiche aperte del genere “non hai niente da temere” può fare molto per rompere l’atteggiamento difensivo dell’interrogato, in quanto elimina una grossa barriera (9). Gli inquirenti tendono a disarmare psicologicamente i sospettati se li mettono in un luogo privo di distrazioni che inducono paura.

Fattori psicologici.

Spesso i sospettati seguono volontariamente gli investigatori, sia in risposta a una richiesta di colloquio della polizia sia per tentare di ottenere informazioni sull’inchiesta. Una volta sistemati nella stanza dell’interrogatorio, gli inquirenti dovrebbero trattare i sospettati in modo civile, indipendentemente da quanto efferato o grave il crimine in questione sia stato. Anche se provano disgusto per i sospettati, l’obiettivo è quello di ottenere una confessione, ed è importante che non trapelino le emozioni personali (10).

Inoltre gli inquirenti dovrebbero assumere un modo di fare comprensivo, e tentare di stabilire un rapporto con i sospettati. In molti casi i sospettati commettono un crimine perchè ritengono che sia la soluzione migliore dei loro problemi in quel momento (11). Due regole d’oro da ricordare sono: 1)“io sono qui per grazia del Signore” e 2)è importante stabilire un ragionevole livello di comprensione con i sospettati (12). Queste regole sono fondamentali per convincere i sospettai a essere aperti, schietti e onesti. I sospettati dovrebbero venire persuasi a guardare oltre il distintivo dell’inquirente e a vedere, invece, un agente che ascolta senza giudicare. Se gli inquirenti sono in grado di convincere i sospettati che l’argomento chiave non è il crimine in sé, ma quale sono state le loro motivazioni a commetterlo, inizieranno a razionalizzare o a spiegare i loro fattori di motivazione.

A questo punto dell’interrogatorio, gli inquirenti sono sul punto di far rompere ai sospettati le rimanenti barriere difensive per ammettere il loro coinvolgimento nel crimine. Questo è il punto critico dell’interrogatorio conosciuto come “punto di svolta”.

Il “punto di svolta”.

È quella fase dell’interrogatorio in cui il sospettato fa un’ammissione, non importa quanto piccola (13). nonostante siano stati avvisati di alcune forme di protezione garantite dalla Costituzione, molti sospettati sentono il bisogno di confessare. Sia i criminali più incalliti che quelli alle prime armi provano gli stessi rimorsi di coscienza (14). Questa è l’indicazione che i loro meccanismi di difesa sono calati, e a questo punto gli inquirenti possono fare pressione per ottenere gli elementi rimanenti della confessione.

Per fare in modo che chi conduce l’interrogatorio ottenga un favorevole “punto di svolta”, è necessario riconoscere e capire alcuni fattori relativi alla vita passata dei sospettati, che sono unici per ogni singolo soggetto. Spesso i criminali hanno problemi psicologici che risultano dalla provenienza da famiglie tormentate da disagi e conflitti. Spesso nel passato dei criminali ci sono storie di rifiuto da parte dei genitori e di punizioni severe e immotivate (15). È importante che gli inquirenti guardino oltre la persona seduta davanti a loro e si rendano conto che le esperienze del passato hanno un forte impatto sul suo comportamento attuale. Una volta che gli inquirenti si sono resi conto che la paura di una possibile punizione, associata alla perdita di dignità causata dall’ammissione di aver commesso degli errori, è il fattore inibitore base che bisogna far superare ai sospettati, diventeranno velocemente in grado di formulare le domande e analizzare le risposte in modo da rompere l’inibizione.

Il buon esito dell’interrogatorio .

Gli inquirenti devono condurre ogni interrogatorio con la convinzione che i sospettati, quando vengono fornite loro le adeguate possibilità, le useranno per confessare i loro crimini. Alcune ricerche hanno dimostrato che la maggioranza dei colpevoli che confessano fin dall’inizio dell’interrogatorio cerca l’opportunità di comunicare la propria colpa agli inquirenti(16).

I sospettati confessano quando l’ansia interiore causata dal proprio inganno supera la loro percezione delle conseguenze del crimine commesso.(17) In molti casi i sospettati hanno amplificato, nella propria mente, la gravità del crimine e le possibili ripercussioni. Gli inquirenti dovrebbero calmare l’ansia del sospettato facendogli vedere queste paure nella giusta prospettiva. I sospettati inoltre fanno delle ammissioni o confessano quando pensano che la cooperazione sia la migliore linea di azione (18). Se si convincono che gli agenti sono disponibili ad ascoltare tutte le circostanze concernenti il crimine, cominceranno a parlare. Le pressioni psicologiche e fisiologiche che si creano in una persona che ha commesso un crimine possono essere alleviate dalla comunicazione (19). Per rilasciare queste pressioni represse, il sospettato deve spiegare le circostanze del crimine che ha commesso, quando confessa. E poi, alla fine, avviene la confessione, quando gli inquirenti sono in grado di fare le corrette congetture sul perchè il crimine è stato commesso. I sospettati vogliono sapere in anticipo che gli inquirenti crederanno a ciò che hanno da dire e che capiranno cosa li ha motivati a commettere il crimine.

Conclusione.

È naturale per i sospettati voler mantenere la propria privacy, i diritti civili e la libertà di parola. È naturale anche che si oppongano alla discussione dei loro atti criminali. Per queste ragioni, comunque, gli inquirenti devono sviluppare delle qualità che permettano loro di smantellare le resistenze che i sospettati ergono a propria difesa durante l’interrogatorio. Prima che i sospettati confessino, devono sentirsi a proprio agio nel luogo in cui si trovano, e devono avere fiducia nell’inquirente, che dovrebbe cercare di guadagnarsi questa fiducia ascoltandoli attentamente e lasciando che esprimano a parole la loro versione dell’accaduto.

Gli inquirenti che capiscono cosa può motivare i sospettati a confessare, saranno maggiormente in grado di formulare domande efficaci e analizzare meglio le risposte. Ovviamente servono molte più cose di quelle descritte in questo articolo per ottenere una confessione. Ad ogni modo, se l’inquirente sbaglia nel capire le motivazioni del sospettato, gli altri fattori importanti per ottenere la confessione saranno meno efficaci.

Recommended Posts